Marocco 2017 (insieme a Myriam)

Durata: 9 giorni   

Itinerario: Casablanca – Rabat – Chefchaouen – Fès – Marrakech – Casablanca   

Periodo: marzo   




Nonostante i nostri continui e lunghi viaggi, l’Africa rimane ancora un continente a noi quasi sconosciuto. L’unico assaggio risale infatti a molti anni fa quando avevamo soggiornato a Ilha do Sal (Capo Verde). L’idea quindi di esplorare nuove realtà e una cultura così diversa dalla nostra suscita in noi grande entusiasmo.

Il Marocco è forse uno dei migliori punti d’accesso e di approccio al continente africano. Un paese aperto al mondo esterno, ma con radici ben ancorate alle proprie tradizioni. Sfortunatamente i giorni a disposizione sono pochi, specialmente se consideriamo la quantità di attività e di meraviglie disseminate lungo tutto il territorio. Oltre al celebre deserto del Sahara e ai caratteristici affollati mercati infatti, il Marocco cela paesaggi del tutto inaspettati. Pochi conoscono le sue alte montagne, i villaggi di pescatori e le spiagge tanto amate dai surfisti.

Il Marocco è estremamente affasciante, ma è anche un paese ricco di contraddizioni. Un luogo dove la gente si prende letteralmente a pugni per strada per poi abbracciarsi e baciarsi come fossero migliori amici. Dove il primo tassista non vuole farsi pagare la corsa in omaggio al figlio che vive in Italia, e il secondo tassista tenta invece di fregarti in tutti i modi. Dove la straordinaria ospitalità radicata nella cultura marocchina, si alterna alle insistenti attenzioni dei procacciatori d’affari. Si crea così un’atmosfera che abbraccia il visitatore con il suo calore e la sua umanità e che contemporaneamente si rivela frastornante e disorientante.

Viaggiare attraverso il Marocco è fondamentalmente un’esperienza sensoriale. Quando i ricordi riaffiorano nella mia mente, riesco quasi a sentire in bocca il dolce sapore del tè alla menta. I profumi delle piramidi di spezie che colorano le bancarelle dei souk. Il trambusto umano tra quel labirintico dedalo di stradine che compongono la Medina. La profonda quiete dei riad, oasi di pace nascoste e custodite gelosamente. Il possente richiamo del muezzin che dalla cima del minareto rompe il silenzio della notte e, inaspettatamente, invece di infastidire diviene un compagno fedele, una carezza per l’anima. Insomma un insieme di odori, suoni e colori che si fondono e sovrastano i sensi.





Atterrati a Casablanca decidiamo di non fermarci e di visitare la città al nostro ritorno. Ancor prima di lasciare l’aeroporto assistiamo a una scena che ci lascia un tantino basiti. All’interno di un noleggio auto due uomini che discutono animatamente perdono la testa e iniziano a picchiarsi. Volano sedie, calci, pugni, tra l’indifferenza generale dei passanti. Mi trovo davvero in difficoltà perché non capisco se sia il caso di intervenire o di avvisare qualcuno. La scontro si conclude in fretta lasciando evidenti ferite e vestiti lacerati in colui che ha avuto la peggio. Tutto riprende come se nulla fosse accaduto.

Troviamo facilmente un autobus per Rabat. Nonostante le brevi distanze ci accorgiamo subito che gli spostamenti con i mezzi pubblici in questo paese sono molto simili a quelli dell’America Latina. Tutto avviene con grande calma. L’autista attende senza alcuna fretta che la maggior parte dei posti siano occupati. Poi una volta partito inizia un tortuoso percorso simile a quello di uno scuola bus. E come se non bastasse dopo nemmeno un’ora fa anche una lunga pausa. Situazioni alle quali siamo ben abituati e che non ci infastidiscono minimante, al contrario, suscitano in noi un sorriso. Molto meno divertente è invece la seconda rissa a cui assistiamo al nostro primo giorno in suolo marocchino. Al momento di favorire il biglietto infatti, un signore seduto proprio dietro di me, ingaggia un’accesa discussione con il controllore. Il passeggero sostiene di aver pagato la cifra corretta per giungere a destinazione, mentre il controllore afferma che debba pagare di più. Mi offro di pagare la differenza, ma niente da fare, un ragazzo mi spiega che si tratta di una questione di principio. In pochi istanti la situazione degenera, e dalle grida si passa alle mani. I due scendono dal mezzo fermo a bordo strada, e iniziano a menarsi. Noi siamo in parte sconvolti, in parte seccati da questo inutile contrattempo. Gli altri passeggeri sembrano essere abituati a scene come queste e vivono la situazione con estrema rassegnazione. Dopo più di un’ora arriva anche la polizia che invece di portarseli via entrambi si getta nell’accesa discussione. Il tutto si conclude con i due protagonisti che si abbracciano, si baciano e risalgono felici e sorridenti nel bus.

Giunti a Rabat, un po’ sconvolti per l’accaduto, facciamo subito la conoscenza della straordinaria accoglienza del popolo marocchino che caratterizzerà tutto il viaggio. Il nostro riad infatti, ci attende con tè alla menta, dolcetti tipici e tutta una serie di attenzioni che rinfrancano lo spirito. Questi alloggi rappresentano senza dubbio il miglior modo di immergersi nella cultura locale. Si tratta delle tradizionali abitazioni marocchine. Un insieme di stanze quasi sempre a due piani sviluppate attorno a un cortile interno. Dai più umili ai più lussuosi, tutti conservano un fascino indiscusso che alimenta la magia di questo paese. Quasi tutti i riad poi sono dotati di una terrazza sul tetto che offre pittoreschi scorci della città e seducenti visioni del cielo stellato.
Prima di uscire in esplorazione, saliamo quindi sulla terrazza ad ammirare il repentino variare della luce al tramonto. All’improvviso una potente voce si diffonde nell’aria sovrastando il brusio delle vie di Rabat. È il richiamo del muezzin che esorta i fedeli alla preghiera. Questo evento avviene ben 5 volte al giorno. Le parole per noi incomprensibili che si propagano dalla cima del minareto (torre della moschea) simili a un canto o a una preghiera, smuovono qualcosa dentro. Non serve essere devoti ad Allah per percepirne la solennità e la profonda spiritualità.

Per cena entriamo subito a contatto con la comunità locale, fermandoci in un affollato caffè-ristorante all’interno del quale siamo di certo gli unici stranieri presenti. Quando viaggiamo cerchiamo sempre di evitare i ristoranti turistici, prediligendo esperienze più autentiche e stimolanti. Attorno a noi le donne sono pochissime. Tutti fumano e sorseggiano tè alla menta, osservando il continuo via vai della strada.
Proviamo subito la tajine un tipico piatto della cucina berbera, in versione vegetariana. Un piccolo assaggio della squisita cucina marocchina che ci accompagnerà per tutto il nostro soggiorno.

Rabat non sembra affatto una capitale. Le strade appaiono pulite, curate e poco trafficate. Situata lungo la costa proprio di fronte all’oceano è ricca di spazi aperti e angoli nascosti dove rifugiarsi se si desidera una pausa dal contesto urbano.
Percorriamo le strade di una medina meno affascinante rispetto a quelle che ci attendono a Fès o a Marrakech, ma sicuramente più tranquilla, dove i venditori non si dimostrano per niente insistenti. Passeggiamo lungo la costa, prima di immergerci tra i pittoreschi vicoli della Kasbah les Oudaias, un quartiere fortificato posto su uno sperone roccioso, caratterizzato dalle pareti dipinte di bianco e azzurro.
Proseguiamo con i Giardini Andalusi, Le Tour Hassan e il Mausoleo di Mohammed V, per poi allontanarci dal centro città visitando il suggestivo sito archeologico di Chellah. Dapprima insediamento fenicio, poi importante città romana e infine necropoli della dinastia dei Merinidi. Oggi ad aver preso possesso del complesso è una stupefacente colonia di cicogne. Questi meravigliosi animali hanno fatto di Chellah la loro casa, costruendo decide e decine di enormi nidi in cima ad ex minareti e ad alte mura in rovina, dalla cui sommità osservano incuranti i visitatori.



Ci spostiamo a nord verso le montagne, per conoscere uno di quei luoghi che non si dimenticano. Chefchaouen, conosciuta anche come la “perla blu”, è una destinazione più unica che rara. Per secoli proibita agli stranieri, in quanto ritenuta città sacra. Oggi, nonostante il considerevole afflusso turistico, è riuscita a preservare l’autenticità e la semplicità di un tempo. Girovagare per le strette vie della medina è un viaggio nel viaggio. I visitatori giungono fino a qui ammaliati dall’azzurro intenso delle case che pervade ogni cosa e dall’atmosfera rilassata e bohemien che si respira.
Proprio come già accaduto a Rabat, anche qui il nostro bellissimo riad ci riserba attenzioni che scaldano il cuore. Scopriremo presto che questa è proprio la consuetudine in questa tipologia di alloggi.
Chefchaouen è anche la città dei gatti. Sono dappertutto! Mi spiegano che sono di tutti e di nessuno, nel senso che non hanno un padrone, ma tutti se ne prendono cura. Sembra quasi che il gatto sia un animale apprezzato in Marocco, non so se per questioni pratiche (caccia ai topi) o per ragioni culturali o religiose. Sfortunatamente questo non avviene anche nei confronti dei cani che al contrario sono spesso cacciati in malo modo.



Proseguiamo il nostro itinerario alla volta di Fès. Giunti a destinazione ancora a bordo dell’autobus, un episodio del tutto banale, mi induce però a riflettere. Al momento di scendere tutti sembrano avere fretta. Tutti tranne le donne che se ne stanno ferme in piedi aspettando che passino gli altri. A me è stato insegnato che donne, bambini ed anziani hanno la precedenza. Così in piedi nel corridoio blocco il flusso di persone e cedo il passo ad una giovane ragazza. Indossa lo hijab (velo) e un abito tradizionale color porpora che però sembra essere una versione moderna della classica tunica. Questo infatti aderisce completamente al corpo sottolineandone le forme invece di nasconderle come di consueto. La ragazza appare stupita dal mio gesto, e con un gran sorriso mi ringrazia rivolgendosi a me in inglese. Il suo tono e gli sguardi degli altri passeggeri sembrano redarguirmi. Come se avessi infranto una loro tradizione. Non voglio fare nessun tipo di polemica. Sono fortemente convinto che ciò che a noi può sembrare strano o ingiusto, faccia parte di usi e costumi che costituiscono la cultura di un popolo. Senza alcun dubbio alcune nostre usanze risulteranno incomprensibili ai loro occhi. Non posso però non confessare di essermi interrogato molto sulla condizione femminile in questo paese e più generalmente nel mondo musulmano. Il Marocco in verità è un paese molto tollerante. La maggior parte delle donne indossano solo lo hijab, sebbene per le strade si vedano anche donne con lo niqab (velo nero che lascia scoperti solo gli occhi) o il burqa (velo azzurro che copre tutto completamente). Non voglio affermare che sia giusto o sbagliato. Fa parte di una cultura diversa dalla mia. Mi piacerebbe solo capire se queste donne siano fiere di indossare questi abiti o se venga loro imposto di farlo. Le osservo e mi chiedo cosa provino davvero. Se tali vesti nascondano solo i loro corpi o anche le loro anime.



Fès, è senza alcun dubbio una delle città più rappresentative e autentiche di tutto il Marocco. L’antica medina infatti sembra quasi non accorgersi della presenza turistica proseguendo incurante le sue attività. La sensazione è che qui tutto sia rimasto uguale nonostante il trascorrere dei secoli. A primo impatto questo affollato labirinto può sopraffare i sensi. Ben presto però ci si accorge che non c’è proprio nulla da temere. Gli angusti vicoli sbucano di tanto in tanto in graziose piazze e il caotico via vai umano interessa solo le zone più centrali dedite al commercio di tutti i giorni. Ovunque c’è sempre un volto sorridente pronto a darti una mano in caso di necessità. Perdersi in questo intreccio di stradine non solo è più che normale, ma rappresenta forse il modo migliore di esplorare la medina.
I bazar e le bancarelle che offrono ogni genere di mercanzia si alternano alle botteghe artigianali. Chi martella il rame, chi incide i giganteschi piatti metallici, chi ancora decora le tipiche lampade. Si possono trascorrere ore senza rischiare mai di annoiarsi.
Saliamo sul tetto di uno dei tanti negozi di pellame che si affacciano sulle colorate vasche delle concerie. L’odore è nauseabondo, ma la scena è di straordinario impatto visivo. Sebbene ovviamente si tratti di un’esperienza estremamente turistica, permette di osservare qualcosa di reale, di autentico, senza intralciare o infastidire il duro lavoro di questi uomini.



La nostra esplorazione continua tra la visita di musei, mederse (scuole coraniche), riad e antichi palazzi. Soffitti in legno scolpiti, pavimenti a mosaico, fontane al centro di cortili, colonne incise dalla sinuosa calligrafia araba, ogni cosa, ogni dettaglio è votato alla ricerca della bellezza.

Lasciamo un po’ a malincuore Fès, ma emozionati di conoscere la celebre Marrakech. L’impatto iniziale non è dei migliori. I racconti sui venditori eccessivamente insistenti e sui bambini che ti seguono instancabili per avere una moneta purtroppo sono veri. La città è sicuramente invasa dal turismo e proprio questo ha fatto sì che la popolazione si abituasse alla presenza straniera con tutti i suoi pro e contro. Marrakech offre infatti tutto ciò che un visitatore possa desiderare e incarna probabilmente ogni stereotipo occidentale rispetto al mondo arabo. Appare così meno tradizionale rispetto a Fès, ma più cosmopolita e per assurdo forse la meta più bella tra tutte dal punto di vista prettamente estetico.

Marrakech non è una città che si può semplicemente osservare dall’esterno senza immergersi completamente in essa con il giusto atteggiamento. Il trambusto della folla che culmina nella gigantesca e sbalorditiva piazza Jemma el-Fna si alterna agli anziani assopiti sulle porte delle loro abitazioni. Il vivace e colorato souk al benessere degli hammam. Le sofisticate gallerie d’arte all’intramontabile fascino delle moschee, dei riad e dei curatissimi giardini.

Decidiamo così di provare e vedere tutto senza mai tirarci indietro. Visitiamo la Moschea Kotoubia, il Palazzo El Bahia, la Medersa di Ali ben Youssef, la Maison de la Photographie, le Tombe dei Saaditi e il Jardin Majorelle. Tutti luoghi che lasciano senza fiato per fascino e magnificenza. La sera poi dalla cima di una terrazza che si affaccia su piazza Jemma el-Fna, osserviamo incantati cantastorie, musicisti e artisti di strada, sorseggiando il tipico tè alla menta marocchino.



Marrakech è celebre anche per la sua straordinaria tradizione culinaria. In effetti si mangia talmente bene che vale la pena venire fino a qui anche solo per questo motivo. Da non perdere il cous cous, tipico piatto marocchino, che andrebbe mangiato però solo di venerdì. Questo perché tradizionalmente sia i privati che i ristoranti lo cucinano appunto il venerdì e ne preparano così tanto da farlo bastare per l’intera settimana. Ovviamente però il sapore cambia col passare dei giorni.

Giunge l’ora di tornare a Casablanca, la nostra ultima destinazione prima di fare rientro in Italia. Come la maggior parte delle metropoli anche qui le contraddizioni tra fasto e povertà assoluta sono piuttosto evidenti. La città non ha niente a che vedere con il fascino esotico delle altre tappe di questo viaggio. In tutta onestà non posso affermare che mi sia piaciuta. Vale però assolutamente la pena di conoscere la possente Moschea di Hassan II, situata proprio di fronte all’oceano, che possiede il minareto più alto al mondo. Un vero e proprio vanto e simbolo del mondo islamico. La visita è strettamente guidata e consentita anche alle donne. Le dimensioni sono davvero impressionanti, basti pensare che la struttura può accogliere 25.000 mila fedeli al suo interno e altri 80.000 tra cortili e piazze adiacenti.



La sera tornando in albergo ci imbattiamo in una giovane ragazza a terra in un giaciglio di fortuna. Stringe al petto un neonato, tentando di proteggerlo dal freddo pungente della notte. Non indossa nemmeno una giacca adatta alla stagione. Le lasciamo qualche soldo, ma una volta sdraiati nel nostro caldo letto non riesco a chiudere occhio. Decidiamo così nel cuore della notte di uscire e di portarle da mangiare e il giubbotto imbottito di Myriam. Purtroppo capita spesso nei nostri viaggi di incontrare persone in grave difficoltà economiche e sfortunatamente è impossibile aiutare tutti. Non so per qualche motivo questa ragazza con il suo bambino mi abbia così profondamente sconvolto. Forse per la totale indifferenza dei passanti o forse perché al posto suo poteva esserci chiunque di noi.



Conclusione

Innamorarsi del Marocco è davvero facile, così come lo è anche il rischio di esserne travolti. Per conoscere davvero questo paese e la sua accogliente popolazione è necessario sposarne la lentezza, la calma, la pace interiore. Le città brulicano di vita e se affrontate nel modo sbagliato possono rivelarsi estenuanti. È come l’impeto di un fiume, se ci si oppone, lo sforzo diviene arduo e le possibilità di trionfo minime. Se al contrario si abbandona ogni genere di resistenza, lasciandosi trasportare dalla corrente, allora tutto cambia.

Ciò che più colpisce però sono gli sguardi. Questi occhi carichi di parole non dette, di attimi rubati. Un insieme di timore e curiosità nascosto a volte sotto a un velo, altre volte dietro a un sorriso, altre ancora sotto un piccolo inchino. Confesso di essermi follemente innamorato degli occhi del popolo marocchino. Che si tratti di un anziano, di una giovane donna o di un bambino, tutti possiedono una tale intensità capace di suscitare profonde emozioni.



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