Stati Uniti 2016 – Route 66 + Parchi Nazionali (insieme a Myriam)

Durata: 1 mese 

Itinerario: Chicago – Tucumcari – Santa Fe – Mesa Verde National Park – Goosenecks State Park – Monument Valley – Horseshoe Bend – Antelope Canyon – Sedona – Grand Canyon – Zion National Park – Yellowstone National Park – Portland – Astoria – Redwood National Park – Yosemite National Park – Sequoia National Park – Half Moon Bay – Sausalito – San Francisco

Periodo: agosto



Sono trascorsi diversi anni dal nostro primo viaggio negli USA (Stati Uniti – East Coast 2009 insieme a Myriam e Flavio). Nonostante non fosse in cima alla nostra lista dei paesi da visitare, poter attraversare “on the road” i territori a stelle e strisce si era rivelata un’esperienza esaltante. Di certo, il modo migliore per conoscere e apprezzare questo immenso paese.

Come proseguire la nostra esplorazione si rivela una scelta piuttosto semplice. Solitamente prediligiamo la natura rispetto alle grandi città e in materia di parchi nazionali gli Stati Uniti regalano panorami tra i più spettacolari al mondo. Ovviamente dovendo spostarsi tra i vari National Park avremo bisogno di un mezzo tutto nostro. Perché quindi non approfittare per compiere almeno in parte la leggendaria Route 66? Nel frattempo poi, il nostro amico Flavio si è trasferito per motivi di lavoro nella costa ovest, precisamente a Portland.  
Ricapitolando quindi, Parchi Nazionali + Route 66 + Costa Ovest. Non ci resta che allacciare le cinture e dare il via a una nuova prorompente avventura.




Voliamo direttamente su Chicago, una metropoli spesso paragonata a New York per i tanti grattacieli che si stagliano all’orizzonte. Nonostante le dimensioni però possiede uno spirito più intimo e personale. Gli enormi spazi infatti garantiscono respiro e permettono di isolarsi dalla folla in qualsiasi momento. Confesso di essermi letteralmente innamorato di Chicago, grazie a quello spirito culturale che sembra inglobare ogni cosa e mischiarsi alla vivace vita mondana. Spazi verdi, spiagge in riva al lago, stimolanti musei, elementi di interesse architettonico, ristoranti e locali per tutti i gusti. Una città che sembra invitare a rallentare nonostante corra senza tregua.
Agli appassionati di cinema come me poi, sembrerà di essere finiti all’interno di uno dei tanti film e telefilm qui ambientati. Impossibile infatti non pensare alla Gotham City di Nolan. Imponenti scure strutture d’acciaio sovrastano le strade sostenendo la metropolitana sospesa che si destreggia tra i moderni palazzi di vetro. Vi scoprirete a passeggiare con il naso all’insù in attesa che da qualche tetro vicolo possa spuntare la sagoma di Batman.
Capitiamo a Chicago proprio durante il Lollapalooza, un festival musicale che vede esibirsi artisti di fama mondiale e richiama migliaia di persone. Sfortunatamente i biglietti sono tutti sold-out, ma il clima di festa che invade le strade è contagioso.



Ritiriamo la nostra macchina a noleggio e diamo ufficialmente inizio al nostro viaggio “on the road”! La madre di tutte le strade americane, così viene definita la mitica Route 66. Quasi 4000 km che collegano Chicago a Los Angeles, in un vero e proprio viaggio indietro nel tempo.
Contrariamente a quanto si pensi la Route 66 non è una sola e unica strada continua, o almeno non lo è sempre. Alcuni tratti sono rimasti quelli storici mentre altri sono stati sormontati da altre carreggiate. Fortunatamente i caratteristici cartelli stradali indicano abbastanza bene la via da seguire.
Ciò che si espande davanti ai nostri occhi è un inno di libertà e un inebriante profumo di avventura. Trascorreremo diversi giorni macinando chilometri, ma non sarà assolutamente un peso. Tutt’altro. L’asfalto scorre incessante sotto di noi, tra diner dall’atmosfera retrò, storiche pompe di benzina ormai dismesse, auto d’epoca abbandonate e motel dalle colorate insegne al neon. Tutto molto affascinante, sebbene debba ammettere che con il passare del tempo appaia un tantino ripetitivo, e la sorpresa iniziale perde di intensità e interesse. L’aspetto più stimolante del nostro “andare” però, non è dato da questi pittoreschi e folcloristici elementi, bensì dagli incontri lungo il cammino. Tatuati centauri coperti di pelle e borchie, squattrinati autostoppisti a bordo strada, stravaganti eccelsi artigiani e rassicuranti cameriere vestite in stile anni ’60, alimentano le più classiche delle fantasie del sogno americano.



Ci lasciamo alle spalle l’Illinois, il Missouri, l’Oklahoma, il Texas e il Nuovo Messico. Giunti alla bellissima Santa Fe infatti, dopo aver compiuto più di metà percorso della Route 66, soddisfatti e desiderosi di nuovi stimoli, viriamo verso nord in direzione dei tanti parchi nazionali che ci attendono.

Il primo è quello di Mesa Verde, un paesaggio insolito che alterna desertici canyon a lussureggianti vallate. Questo parco viene raramente incluso nei classici circuiti turistici, sebbene da un punto di vista archeologico rappresenti uno dei siti più importanti di tutto il Nord America. All’interno di enormi nicchie rocciose sono infatti ancora oggi straordinariamente conservati veri e propri villaggi rupestri attribuiti ai nativi “pueblo”. Attorno a questo antico popolo aleggia una coltre di mistero. Studi e ricerche proseguono, ma sino ad oggi non molto è stato scoperto.



Proseguiamo fino al Goosenecks State Park. Una vista a dir poco spettacolare da un’altezza di circa 300 m sul letto del fiume San Juan che nel corso di milioni di anni ha letteralmente scavato la roccia creando tortuosi meandri davvero impressionanti. Il parco si trova in pieno deserto, motivo per cui è poco frequentato. Fattore che rende la visita ancor più suggestiva.



Più ci addentriamo in questi territori e più le temperature aumentano. Una ritta lingua di cemento si perde all’orizzonte circondata da infinite distese di terra rossa e sporadici bassi cespugli, unici abitanti di una natura tanto affascinante quanto inospitale. Da queste parti è possibile guidare anche per ore senza incontrare anima viva. Il calore inganna la vista distorcendo le immagini attorno a noi.

Ci alziamo all’alba nel tentativo di godere delle ore più clementi del giorno. In lontananza, ci appaiono simili a un miraggio, le celebri guglie rocciose della leggendaria Monument Valley. Un vero tuffo nel Far West! Tutta la valle è gestita dalla comunità Navajo che ancora oggi abita questo territorio.
Il paesaggio è davvero impressionante. Ci addentriamo con la nostra automobile dentro la valle seguendo il percorso creato appositamente dai nativi americani. Naturalmente però i momenti più emozionanti sono quelli in cui si abbandona il proprio mezzo per arrampicarsi su qualche altura. Potremmo stare seduti tra queste rocce per giorni senza mai distogliere lo sguardo da questo panorama.



Riprendiamo a viaggiare verso ovest fino all’Horseshoe Bend, un meandro del fiume Colorado, in parte simile al Goosenecks, ma dai colori più contrastanti. Non credo di esagerare affermando che si tratta di una delle cose più belle che abbia mia visto in vita mia. Lasciata l’auto, si cammina per soli 700 m lungo un percorso in parte in salita e privo di ombra. La distanza sembra breve, ma obbiettivamente il sole batte talmente forte da rendere spesso necessario l’intervento del personale medico situato nei pressi del parcheggio. Giunti sul ciglio del baratro, un brivido mi attraversa tutta la schiena. La vista lascia letteralmente senza fiato. Non vi sono protezioni di nessun genere, e visto il notevole numero di visitatori qualche timore sorge. La bellezza però è talmente tanta da offuscare qualsiasi altro pensiero.



Non ci è concesso un attimo di tregua. Si passa da una meraviglia all’altra. Nelle vicinanze infatti sorge l’Altelope Canyon. Anche qui ci troviamo in territorio Navajo, e sono proprio loro a gestire le visite guidate. Per motivi di sicurezza non è permesso accedere da soli. Il canyon sotterraneo infatti è soggetto a improvvisi allagamenti anche se nei dintorni non sta piovendo. Anni fa morirono numerosi turisti nel sottosuolo, così si rese necessario regolamentare gli accessi. L’Antelope si divide in Upper e Lower, due formazioni separate che la strada suddivide idealmente. Il primo è piuttosto corto, appena 270 m, mentre il secondo supera i 4 km. Decidiamo di scendere nelle viscere della terra del Lower. Una stretta e lunga scala di ferro ci conduce sempre più giù fino a quando la temperatura diminuisce e la roccia rossa sembra prendere vita avvolgendoci teneramente. Il sole filtra attraverso le fessure sopra di noi creando spettacolari fasci di luce che alterano la percezione dei colori. Avanziamo lentamente nel canyon attraverso stretti canali simili più a opere d’arte che a tortuosi canali formati dall’acqua e dal vento nel corso di millenni. Una meraviglia della natura difficile da descrivere e ancor più da fotografare. Le condizioni di luce sono talmente particolari da rappresentare una vera sfida anche per i fotografi più esperti.



Una rapida occhiata a Sedona, giusto il tempo di una passeggiata immersi nella natura, per poi dirigerci verso una di quelle mete che non necessitano di presentazioni, il Grand Canyon. Lo esploreremo da sud, il South Rim appunto. Il programma è quello di trascorrere due giorni di trekking dormendo in una delle strutture alberghiere situate all’interno del parco nazionale. Un piccolo regalo che ci siamo concessi. Ad attenderci però c’è una brutta sorpresa che si rileverà al contrario un gran colpo di fortuna. Il nostro hotel è in overbooking, così ci offrono una camera panoramica migliore proprio davanti al precipizio. Il paesaggio lascia senza fiato. L’immensità che si staglia davanti a noi stimola la percezione di quanto siamo piccoli e insignificanti di fronte a tutto questo.



Il primo giorno lo trascorriamo ad esplorare il Grand Canyon dall’alto. Il percorso panoramico è sviluppato in salita, così usufruiamo della navetta fino al punto più estremo per poi ridiscendere a piedi fermandoci a godere dei vari punti di osservazione. Una scelta assolutamente vincente data la lunghezza del tragitto e le elevate temperature. Man mano che ci si allontana dall’ingresso del parco, la folla di turisti svanisce e presto ci si ritrova ad essere soli, seduti su una roccia, con le gambe a penzoloni nel vuoto, avvolti da una pace irreale. Lo sguardo si perde nella vastità e nella magnificenza di un orizzonte talmente inconsueto da sembrare finto, come una foto ben incollata sullo sfondo.
Abbiamo quasi terminato la discesa che si odono suonare delle sirene. Una navetta si ferma e ci chiede di salire a bordo, stanno evacuando il parco, è in arrivo un forte temporale. Appena il tempo di sederci che un violento acquazzone si abbatte su di noi. Fortunatamente alloggiando all’interno del parco non siamo costretti ad andarcene. Passato il pericolo ci godiamo il tramonto sul Grand Canyon, un’immagine commuovente, quasi mistica.  
L’indomani perlustriamo il canyon da un punto di vista opposto. Scendiamo giù a piedi. Ore ed ore di cammino sufficienti a offrire solo un piccolo assaggio di un territorio infinito. Seppur l’effetto visivo sia di minor impatto, risulta comunque interessante ritrovarsi all’interno del canyon.



È tempo di tornare al volante e riprendere il cammino. Ad attenderci questa volta c’è lo Zion National Park. La natura circostante cambia notevolmente. La caratteristica principale di questo parco infatti è la massiccia presenza di acqua e di conseguenza di verde nei dintorni del Virgin River. Tra i tanti trekking che offre lo Zion sicuramente il più particolare e affascinante è quello dei Narrows. Camminiamo con i piedi dentro l’acqua risalendo controcorrente il letto del fiume che si riduce via via sempre di più, districandosi tra strette alte pareti rocciose. Ci troviamo presto a tutti gli effetti dentro a un canyon. Il livello dell’acqua aumenta sempre di più fino a che siamo costretti a fermarci e tornare indietro. L’esperienza è una di quelle che non si dimenticano e che ripaga ampiamente lo sforzo compiuto. Siamo stati un pochino sfortunati, dato che solitamente, l’acqua è talmente limpida da permettere la visione di eventuali rocce sul fondale. Le abbondanti piogge dei giorni scorsi hanno però portato con sé fango e detriti, rendendo l’acqua scura e rallentando così notevolmente il nostro avanzare.



Prima di andarcene, mentre attendo che Myriam esca dal bagno all’ingresso del parco, noto un ragazzo dall’aria familiare che parla al telefono. Mi ricorda Matteo, un ragazzo milanese che ho conosciuto in Birmania (Sud-Est Asiatico 2015 insieme a Myriam). Pochi istanti dopo lo raggiunge una ragazza dai lunghi capelli biondi. Non ho più dubbi. Si tratta di Chiara e Matteo! È a dir poco incredibile! Ci siamo conosciuti esattamente 1 anno fa a Bagan, per poi viaggiare insieme fino a Mandalay. Eravamo rimasti in contatto su Facebook, ma ci eravamo completamente persi di vista. Incontrarsi così per caso, all’altro capo del mondo ha davvero dell’incredibile. Sfortunatamente loro sono appena arrivati, mentre noi siamo in partenza. Così dopo una bella chiaccherata ci salutiamo scambiandoci i numeri, con la speranza di incontrarci nei prossimi giorni.

Facciamo rotta verso nord, lasciandoci alle spalle quell’affascinante e inospitale territorio desertico, tra Colorado, Arizona e Utah, per avventurarci tra le fitte foreste e le vaste praterie del Wyoming, precisamente all’interno dello Yellowstone National Park. Le nostre aspettative sono altissime, e non saranno affatto deluse. Le dimensioni del parco sono gigantesche, motivo per cui ci si sposta in automobile, fermandosi poi di tanto in tanto a visitare i diversi punti di interesse. Impossibile riuscire a vedere tutto in un solo giorno. Noi trascorreremo 2 giorni interni e probabilmente sarebbe stato meglio disporre di ancor più tempo per godere pienamente di questa meravigliosa natura selvaggia.



Lo Yellowstone si caratterizza principalmente per le numerose sorgenti termali che creano impetuosi e suggestivi geyser, e per l’incredibile concentrazione di fauna selvatica che prospera incurante della presenza umana. Possenti bisonti attraversano la strada passeggiando tra i veicoli come se niente fosse, per poi raggiungere le mandrie disseminate lungo le vallate. Cervi e alci spuntano all’improvviso tra la boscaglia, specialmente durante le ore meno calde. Orsi e lupi invece sono certamente più difficili da individuare, soprattutto se non ci si allontana dal classico percorso automobilistico battuto dai tanti visitatori.
Un ecosistema straordinario, all’interno del quale è necessario addentrarsi con cautela e profondo rispetto.



Sebbene vorremo restare qui per sempre, è arrivato il momento di sospendere temporaneamente la nostra scoperta dei grandi parchi americani, per dirigerci verso la West Coast, dove ci attende il nostro caro amico Flavio. Il viaggio è piuttosto lungo, ma gli sperduti villaggi del Montana e dell’Idaho ci regalano emozioni autentiche, a stretto contatto con la comunità locale.

Portland si rivela da subito una bellissima città a misura d’uomo. Ampi spazi verdi, ristoranti e locali alla moda, birrifici artigianali e una fervente vita culturale, la rendono una delle località con la miglior qualità della vita di tutti gli Stati Uniti. L’unico grande difetto è che piove molto spesso, almeno a quanto pare dalle autoironiche t-shirt con la scritta “Sono stato a Portland e… pioveva”. Fortunatamente durante il nostro breve soggiorno però il sole splenderà alto nel cielo.
Flavio purtroppo si ammala proprio in questi giorni, e così toccherà soprattutto a Rosina farci da Cicerone prima a Portland, e poi ad Astoria. Mi rendo conto di cosa sia questa città solo giunto in loco. Si tratta niente meno che del set di uno dei film cult della mia infanzia: “I Goonies”! Non sto più nella pelle, mi sembra di essere tornato bambino. Visitiamo la prigione, la casa, le strade, il ristorante e le spiagge in cui è ambientata la pellicola. Un regalo inaspettato ed emozionante. Inoltre abbiamo anche avuto la possibilità di conoscere bene Rosina, una ragazza simpaticissima con la quale abbiamo da subito legato. Spero proprio che Flavio se la tenga ben stretta, anche perché non so dove possa trovare un’altra ragazza così paziente e generosa, capace di sopportarlo tutti i giorni! 😉



Ci piacerebbe poter rimanere più tempo con Flavio e Rosina, ma c’è ancora tanto da vedere. Così imbocchiamo la Pacific Coast Highway, una strada panoramica che ci permetterà di attraversare tutto l’Oregon e la California godendo di meravigliosi panorami e fermandoci lungo il tragitto a visitare vari pittoreschi villaggi costieri.
A circa metà del percorso facciamo sosta al Redwood National Park. Il nome del parco deriva dal colore rossastro delle sue gigantesche sequoie. Sebbene si tratti degli alberi più alti al mondo, il fattore che più sconvolge è dato dalla loro larghezza. Alcuni dei tronchi presentano cavità talmente grandi che permettono di entrare all’interno, e per assurdo vi si potrebbe anche vivere dentro date le dimensioni.
Restiamo sconvolti dalle dimensioni di queste affascinanti creature, che ancora una volta ci ricordano quanto possiamo essere piccoli e insignificanti. Probabilmente è così che si sente una formica passeggiando in mezzo all’erba.



Continuiamo a percorrere la strada panoramica costiera fino a quando ci è possibile, prima di virare a est per raggiungere lo Yosemite National Park. Devo ammettere che tra tutti, questo è il parco che ho apprezzato meno. Non perché non sia bello come tutti gli altri, tutt’altro, ma perché dal punto di vista paesaggistico è quello che più si avvicina alle nostre Dolomiti. Motivo per cui mi è sembrato qualcosa già visto e rivisto. Ciò non toglie che meriti assolutamente di essere visitato.
Probabilmente per godere pienamente dello Yosemite bisognerebbe dedicare alla sua esplorazione più giorni, allontanandosi dai percorsi escursionistici più battuti. Nonostante ciò, il nostro trekking giornaliero è davvero piacevole e le alte montagne circostanti rivelano continue cascate mozzafiato.



Ancora un altro parco, il Sequoia National Park, purtroppo l’ultimo del nostro itinerario. Come è facile intuire dal nome anche in qui le protagoniste assolute sono le imponenti sequoie. Il paragone con il Redwood Nation Park sorge spontaneo. Paesaggio e vegetazione appaiono molto simili, sebbene qui tutto sembri più organizzato, ma anche molto più turistico. Il Sequoia è sicuramente più vasto e l’impatto visivo è notevole, ma visitarlo in totale solitudine come avevamo fatto noi al Redwood risulta praticamente impossibile.



Ritorniamo sulla costa, fermandoci ad assaporare il profumo dell’oceano a Half Moon Bay. Un po’ di relax prima di gettarci a capofitto alla scoperta di San Francisco.

Avendo l’auto ancora a disposizione, ne approfittiamo per visitare la vicina Sausalito, una località molto carina considerata anche una zona residenziale di lusso. Tralasciando la passeggiata del centro piacevole seppur estremamente turistica, l’aspetto più interessante va ricercato nel piccolo porticciolo. Qui infatti dagli anni ’60, si è stabilita una comunità di artisti e hippie che vive tutt’oggi su piccole case galleggianti estremamente pittoresche e stravaganti. Sebbene tutti siano i benvenuti, è fondamentale addentrarsi nel porticciolo con rispetto ed educazione. In fondo è come infilarsi nel giardino di casa di qualcuno.



Non lontano sorge anche il Golden Gate Bridge, l’iconico ponte rosso simbolo di San Francisco. La nebbia rovina un tantino il panorama, ma l’atmosfera è magica.



Restituiamo l’automobile, cara fedele compagna di questa straordinaria avventura, e dedichiamo gli ultimi giorni a conoscere San Francisco. La città è celebre in tutto il mondo non solo per il suo indiscutibile fascino, ma anche e soprattutto per le idee liberali e anticonformiste dei suoi abitanti. A San Francisco convivono due anime, quella colta e sofisticata, e quella stravagante e mondana. Un enorme calderone che racchiude in sé raffinati parchi e locali alla moda, stimolanti musei e shopping sfrenato, eventi culturali e una vita notturna fatta di eccessi. Ciò che amalgama tutto questo tenendolo saldamente unito è la consapevolezza che la diversità non è un difetto, bensì esattamente l’opposto. Un’occasione di arricchire e migliorare sé stessi e quindi la comunità.
Se devo essere del tutto sincero però c’è una cosa che non ho apprezzato. San Francisco è suddivisa in vari quartieri, ciascuno caratterizzato dalla presenza di uno specifico gruppo etnico. Da una parte tutti gli afroamericani, dall’altra tutti gli asiatici, di qua tutti gli italiani, di là tutti i latinoamericani. Questa specie di ghettizzazione mi è sembrata del tutto inutile e contraddittoria in una città dalla mente così aperta.




Conclusione

Nel corso degli anni ho avuto occasione di conoscere molti statunitensi, sia durante i miei viaggi che per motivi di lavoro. Spessissimo mi dicevano che non nutrivano il desiderio di uscire dagli USA perché tutto ciò che a loro serviva era già lì. Sebbene non condivida minimamente questo modo di pensare, grazie a questo viaggio sono riuscito a comprendere realmente cosa intendessero. In effetti gli Stati Uniti sono talmente vasti e possiedono così tanti luoghi meravigliosi da rendere inutile concentrare la propria attenzione verso l’estero. I parchi nazionali e le riserve indiane con la loro natura incontaminata ci hanno lasciato letteralmente senza fiato.



Gli Stati Uniti sono un paese davvero adatto a tutti. Quasi sempre gli scenari più celebri ed emozionanti dei vari parchi sono raggiungibili in poche centinaia di metri dal luogo in cui si parcheggia l’auto. Questo aspetto per certi versi è fantastico perché offre, anche a coloro con problemi motori, la possibilità di godere di cotanta bellezza. Dall’altro lato però, ammetto che mi ha letteralmente destabilizzato, perché sono sempre stato abituato a guadagnarmi la meta con il sudore della fronte. Ore di cammino o faticose scalate che offrono in cambio il raggiungimento di un panorama gratificante. Si tratta però non di un difetto, quanto di una semplice questione di abitudini.

Abbiamo attraversato ben 14 stati, ciononostante siamo riusciti a vedere solo una briciola di questi affascinanti territori. Ancora una volta abbiamo avuto la conferma che la modalità “on the road” è sicuramente la più adatta per vivere al meglio il sogno americano.  
Molto altro resta ancora da esplorare, ma siamo sulla buona strada.



Se questo articolo ti è piaciuto o ti è stato utile fammelo sapere con un “mi piace” alla pagina Facebook di Va’ dove ti porta il blog o seguimi su Instagram attraverso il profilo va_dove_ti_porta_il_blog

 

Digiprove sealCopyright secured by Digiprove © 2021 Maurizio Daniele

Lascia un commento