Nepal 2019 (insieme a Myriam)

Durata: 16 giorni  

Itinerario: Kathmandu – Pokhara – Sarangkot – Chitwan National Park – Patan – Bhaktapur – Sanga – Nagarkot – Pashupatinath – Doha (QATAR)  

Periodo: aprile  


Il 2018 si rivela un anno particolarmente impegnativo, ricco però di grandi soddisfazioni. Realizziamo infatti uno dei nostri sogni, quello di acquistare un terreno lontano dalla città e costruirci una casa in bioedilizia. Avete presente quando dicono che costruire una casa da zero è meraviglioso, ma contemporaneamente l’impresa più stressante della vita? Ecco, non è un modo di dire, è proprio così. Tempo libero e finanze sono ridotte all’osso. Per questo motivo l’annata scorre via velocemente permettendoci di concederci a mala pena un piccolo viaggetto in Lapponia che si rivelerà però uno dei più sorprendenti delle nostre vite (Tromso – a caccia dell’aurora boreale senza spendere una fortuna).

Terminati i lavori ed entrati nella nuova casa giunge finalmente il momento di ricominciare a sognare e quindi a viaggiare. Riprendiamo così a esplorare l’Asia, facendo rotta verso un paese unico, capace nel bene e nel male, di stravolgere completamente il visitatore. Si parte per il Nepal!

Sin dagli anni ’60 Kathmandu ha richiamato a sé avventurieri e hippie da ogni parte del mondo, affascinati in parte dal melting pot culturale, in parte da quel senso di spiritualità impregnato nei gesti della vita quotidiana nepalese. Oggigiorno la maggior parte dei visitatori è composta da escursionisti e amanti della montagna. Il Nepal è infatti il paradiso del trekking, specialmente per coloro che dispongono di molto tempo e possono così spingersi sino alle zone più remote e selvagge.
Nonostante le dimensioni del Nepal non siano così vaste, visitare in un unico viaggio i centri urbani, i parchi naturali e cimentarsi nel trekking su alcune delle cime più alte del pianeta appare estremamente difficile. Dovendo scegliere abbiamo così deciso di rimandare le spedizioni, lunghe settimane di cammino, a un viaggio successivo, senza però tralasciare escursioni in giornata immersi nella natura. L’obbiettivo come sempre è quello di entrare in contatto il più possibile con la popolazione locale per conoscere a fondo la cultura nepalese.

Da questa esperienza nascerà una piccola guida (Nepal – guida completa) nella quale ho raccolto tutte le informazioni utili necessarie e tutte quelle sensazioni che hanno pervaso mente e spirito durante la mia visita. In questo articolo quindi mi limiterò a un breve resoconto del nostro itinerario, rimandando alla lettura della guida tutti coloro che sono in procinto di organizzare un viaggio in Nepal.





Il primo impatto con Kathmandu risulta a dir poco frastornante. Smog, clacson, veicoli di ogni genere, orde di persone ovunque. Insomma, un caos totale. Con il passare delle ore però, è come se la città inglobasse anche noi, mostrandoci anche il suo lato più profondo e nascosto. La capitale nepalese è un connubio tra amore e odio, fascino e disprezzo. Un turbinio di emozioni contrastanti da far girare la testa.
Ci immergiamo nel fiume umano lungo il dedalo di stradine che attraversano la città vecchia, fino alla celebre Durbar Square. Il sisma del 2015 ha purtroppo causato notevoli danni e molti dei templi sono ancora ridotti in macerie. È domenica e la piazza gremita sembra essere il principale punto di ritrovo della comunità. Intere famiglie e gruppi di amici d’ogni età, chiaccherano, ridono, mangiano o semplicemente osservano la folla, dalle gradinate o dalla cima dei vari templi. Trovo affascinante e in netto contrasto con la nostra concezione di salvaguardia storica, questo loro modo di inglobare l’antico alla vita quotidiana. Si crea così una specie di continuità e di intima relazione tra passato e presente capace di dare nuova linfa alla staticità di un mondo ormai scomparso.



Tra i pochi palazzi rimasti miracolosamente in piedi vi è il Kumari Bahal, che merita di essere visitato per la bellezza del cortile interno caratterizzato da colonne e balconi in legno intarsiato. Questa è anche la residenza della kumari, una bambina considerata la reincarnazione della dea della città. Vive in uno stato di quasi segregazione fino all’arrivo della pubertà, quando, secondo la tradizione, con l’arrivo delle prime mestruazioni, tornerà a essere un comune essere umano. Si mostra raramente, di solito si affaccia al balcone al mattino per pochi istanti. È severamente proibito fotografarla, e bisogna inchinarsi al suo cospetto. A me tutta la situazione ha lasciato particolarmente perplesso, vista soprattutto la tenera età della bambina. Mi è difficile non guardare a tutto ciò con occhio critico, senza pensare ai diritti di chi subisce passivamente una situazione a dir poco particolare. È anche giusto cercare di non giudicare culture diverse mantenendo la mente più aperta possibile. Confesso però che, a me, la vista della kumari ha suscitato un velo di tristezza. 

Continuiamo a esplorare i vicoli di Kathmandu. Piccoli stupa, altari, candele e offerte d’ogni genere rivolte alle divinità. Tutto questo si alterna continuamente alla frenesia della vita moderna, tra botteghe, mercati, automobili e cavi elettrici che, come una fitta ragnatela, si diramano sopra le nostre teste lungo le zone maggiormente urbanizzate.
Alloggiamo nel quartiere di Thamel considerata da sempre zona di backpakers e hippie. Qui sorgono anche alcuni tra i migliori ristoranti e hotel a disposizione. Le sue viuzze sono costituite da un’infinita serie di negozi che vanno dall’artigianato ai classici souvenir, fino ad arrivare all’attrezzatura da trekking.
La sera scoviamo un ristorantino tradizionale di cui diverremo totalmente dipendenti, sperimentando così le varie specialità locali. La cucina nepalese risente fortemente delle influenze newari e indiane, e a noi che amiamo le spezie e i cibi piccanti, è piaciuta tantissimo.

L’indomani saliamo la lunga scalinata che conduce allo Swayambhunath, conosciuto anche come il Tempio delle Scimmie per via appunto delle numerose scimmie che popolano il sito. Giunti in cima alla collina ci troviamo immersi in un emozionante complesso religioso, tra ruote di preghiere, mantra, bandiere colorate accarezzate dal vento e sadhu, i celebri asceti nepalesi. Osservo a lungo i fedeli che girano in senso orario attorno allo stupa centrale facendo girare le ruote di preghiera. L’aria è impregnata dall’inebriante profumo di incenso. Attorno a noi riecheggiano parole tanto ammalianti quanto incomprensibili, a volte recitate ad alta voce, altre volte appena sussurrate. Affascinato e coinvolto dal senso di spiritualità, mi unisco a loro. Potrei restare qui anche tutto il giorno senza nemmeno accorgermi del tempo che scorre.
La zona circostante al tempio è ricca di localini e ristoranti caratteristici che, pur affacciandosi sulle trafficate vie urbane, nascondono all’interno cortili e giardini del tutto inaspettati. Sembra quasi di oltrepassare una porta magica, dove il frastuono e il caos non possono entrare. Dopo aver quindi rinfrancato lo spirito, soddisfiamo anche lo stomaco avvolti da pace e beatitudine.



Lasciata Katmandu, ci dirigiamo verso nord-ovest fino a Pokhara, un villaggio in netta contrapposizione con la capitale nepalese. La vita infatti, qui scorre lentamente. Numerosi chioschi dove rilassarsi sorseggiando una birra fresca, sono disposti in fila sulle rive del lago. Colorate e pittoresche imbarcazioni a remi, amache e sfondi montuosi altamente suggestivi, completano il quadro di una delle mete più hippie del Nepal.



Ci svegliamo quando ancora l’oscurità avvolge ogni cosa, mentre l’aria fredda e pungente di montagna ha sostituito quella densa e afosa della città. Saliamo di quota fino al villaggio di Sarangkot per poter godere della vista dell’Annapurna e di un lungo tratto della catena himalayana al sorgere del sole. Lo spettacolo lascia senza fiato.
Dedichiamo poi l’intera giornata al trekking, ma la fortuna questa volta non è dalla nostra parte. Il cielo molto nuvoloso ci impedisce di godere dei diversi punti panoramici lungo il cammino. Ciononostante il percorso si rivela piacevole e interessante, soprattutto quando si attraversano piccolissime comunità dislocate tra le montagne.



Altro stravolgimento di scenario e siamo al Chitwan National Park. Questa riserva naturale situata a pochissimi chilometri dal confine con l’India è considerata una delle migliori di tutta l’Asia. A contribuire a questo riconoscimento oltre al fascino selvaggio del parco, è sicuramente anche la quantità e varietà delle specie animali presenti. Qui è infatti possibile avvistare senza grandi difficoltà rinoceronti, ippopotami, cervi, scimmie, svariate tipologie di uccelli, coccodrilli, bisonti (gaur) e, se si è particolarmente fortunati anche elefanti, ghepardi, orsi e soprattutto la magnifica tigre del Bengala, animale simbolo del parco, sebbene gli avvistamenti siano assai sporadici.



Giungiamo al villaggio di Sauraha dopo pranzo, da qui si entra nella riserva. Ormai è tardi per addentrarci nel parco come vorremmo. Ne approfittiamo per conoscere e valutare le varie agenzie e i tipi di escursioni possibili. Dopo aver escluso a priori il giro a dorso di elefante che rappresenta un autentico maltrattamento nei confronti di questi animali, eliminiamo anche l’opzione a piedi, in quanto permette di conoscere una minima parte del parco. Optiamo così per il veicolo 4×4.  
Scopriamo che le classiche escursioni partono nel primo pomeriggio e durano circa 3-4 ore, ma i mezzi vengono riempiti il più possibile, compromettendo ovviamente il fascino dell’esperienza. Come di consueto scoviamo uno stratagemma geniale. Esistono anche le escursioni private che partono al mattino presto, durano tutto il giorno e permettono di godere del parco in totale solitudine. Ovviamente è molto più caro, ma mentre vaghiamo per le polverose strade di Sauraha incontriamo Lis e Geert, una coppia di olandesi carinissima. Anche loro cercano un modo per visitare il parco. Decidiamo così di dividere la spesa del tour privato e di goderci al meglio la giornata. Un’esperienza indimenticabile, resa tale non solo dalla quantità e varietà di animali incontrati, ma anche dalla bellezza prorompente dei paesaggi che caratterizzano questa giungla incontaminata. Quando al pomeriggio torniamo indietro e incrociamo i tradizionali gruppi ammassati sui sedili che sgomitano per fare una foto, ci accorgiamo di quanto la nostra idea sia stata decisamente azzeccata.



Mi sveglio nel cuore della notte, disturbato da una luce intermittente. Dalle ampie vetrate della nostra abitazione affacciata sul fiume che delimita l’ingresso alla riserva, osservo il cielo notturno illuminato da una vera e propria pioggia di fulmini come non avevo mai visto in tutta la mia vita. Lo scenario è tanto magnifico quanto inquietante. Il vento soffia fortissimo e crea dei piccoli uragani ben visibili. Quanto siamo piccoli e insignificanti di fronte alla devastante forza della natura. Fortunatamente tutto si concluderà con danni al villaggio piuttosto lievi, almeno rispetto alle premesse iniziali.

Torniamo in direzione della capitale fermandoci a Patan, altra città medievale che proprio come Katmandu e Bhaktapur racchiude il cuore pulsante nella splendida Durbar Square. Impossibile non fare confronti tra le tre, contemporaneamente così simili e così diverse. La Durbar Square di Patan è forse la più pittoresca per il suo impatto visivo. Il fascino dei suoi templi poi è indiscutibile. Ciò che la rende unica però è la possibilità di visitare non solo gli splendidi cortili interni, ma anche il palazzo principale fino ai piani superiori. Le vie limitrofe alla piazza poi sono un susseguirsi continuo di negozietti e ristoranti molto interessanti.



All’interno di uno dei cortili un gruppo di uomini mi chie di poter fare una foto insieme a me. Naturalmente acconsento pur non comprendendone il motivo. A turno tutta la comitiva desidera fotografarsi in mia compagnia. Eventi di questo genere ci erano già accaduti in Myanmar, ma questa volta le persone sono interessate solo a me e non a Myriam.

È la volta di Bhaktapur. Probabilmente la meglio conservata e di certo quella dall’atmosfera più placida e rilassata. I suoi vicoli pullulano di artigiani tra stoffe, gioielli, oggetti in legno e vasellame esposto ad asciugare al sole. Personalmente è una delle città che ho amato di più durante questo viaggio. La sera quando la maggior parte dei turisti scompare, Bhaktapur sa offrire il suo volto più autentico e accogliente verso coloro che, come noi, trascorrono qui la notte. Passeggiamo tra le tipiche costruzioni dai mattoni rossi, templi, altari, statue, fontane. Ovunque si posi lo sguardo trova pura bellezza. Quando però cala l’oscurità e le strade si svuotano completamente, purtroppo si rivela necessario chiudersi nei propri alloggi. Il considerevole numero di cani randagi infatti si raggruppa in branchi divenendo pericolosi. Per delle persone come noi, estremamente sensibili nei confronti degli animali, vedere così tanti cani lasciati a sé stessi fa davvero male. Affronteremo questo argomento e molti altri inerenti alle piaghe che affliggono questo paese insieme ai proprietari della struttura dove passeremo la notte, il Cafe Beyond & Guesthouse. Due persone davvero meravigliose, lui nepalese e lei coreana, che devolgono praticamente la totalità degli introiti di questa struttura a progetti di sostegno per l’infanzia in particolare in ambito scolastico. Grazie a loro, qui ci siamo sentiti davvero a casa.



Ritroviamo anche Lis e Geert, che non sapendo dove andare a dormire, sotto nostro consiglio si fermano nella nostra struttura. Un’occasione per poter stare insieme e conoscerci meglio.
Assaggiamo il celebre juju dhau, uno yogurt davvero squisito di produzione locale talmente buono da creare dipendenza.
Con i mezzi pubblici raggiungiamo facilmente il vicino villaggio di Sanga, dove sorge la Kailashnath Mahadev, una spettacolare statua di Shiva alta 43,5 metri. Naturalmente il sito è un luogo di culto induista e i gruppi di indiani arrivano numerosi.  

Come spesso accade durante le mie avventure, parlando con gli abitanti del luogo e con gli altri viaggiatori si scoprono sempre destinazioni affascinanti e inaspettate. Nagarkot è infatti un fuori programma, suggeritoci caldamente da un commerciante nepalese. Questo villaggio si erge lungo un crinale e offre una delle più ampie vedute possibili sull’Himalaya. Alloggeremo all’Hotel Mystic Mountain che si trova in una posizione straordinaria da un punto di vista paesaggistico. La fortuna non ci assisterà molto però, permettendoci di godere della meravigliosa vista per pochi momenti, data l’eccesiva presenza di nubi all’orizzonte.

Rientriamo a Kathmandu e dedichiamo gli ultimi due giorni a ciò che avevamo tralasciato. Visitiamo il Boudhanath, uno dei centri religiosi più grandi di tutta l’Asia e punto di riferimento per il buddhismo tibetano. La moltitudine di visitatori, i negozi attorno allo stupa, la musica e il caos cittadino rendono di certo l’esperienza meno affascinante di quanto ci si potesse aspettare, ma la struttura colpisce davvero per le sue dimensioni. L’impatto visivo è forte, ma il profondo senso di spiritualità che avevamo percepito nel Swayambhunath, qui è decisamente assente. La sensazione è quella che i pellegrini si rechino allo Swayambhunath per pregare, mentre allo Boudhanath per farsi una foto ricordo.

Nepal


L’esperienza più toccante e introspettiva di tutto il viaggio sarà però Pashupatinath, il più importante tempio hindu del paese. Il complesso religioso sorge sulle sponde del fiume sacro Bagmati a cui i fedeli affidano le ceneri dei propri cari che vengono cremati nei ghat appositamente predisposti sulla riva. Il rituale è lo stesso che avviene nella più celebre Varanasi sulle sponde del Gange. L’intensità emotiva del luogo è palpabile. Non vogliamo in nessun modo essere irrispettosi e comportarci come molti turisti che si fanno largo tra i parenti dei defunti per scattare qualche foto da vicino. Così ci sediamo sulla riva opposta e osserviamo rapiti la coinvolgente cerimonia funebre. Vi sono atti e gesti ben precisi da compiere che lasciano senza fiato l’osservatore, in parte per la sacralità del momento, in parte perché si tratta di una cultura totalmente diversa e lontana dalla nostra. Il dolore però è una componente comune a tutti noi, al di là di razza, sesso o religione.



Come già accaduto a Patan e in altre cittadine, le persone continuano a chiedermi di fare foto insieme. Finalmente riesco a ottenere qualche spiegazione in merito da due giovani ragazzi. Mi dicono che si tratta della mia barba. I nepalesi solitamente non la portano, o comunque non in questo modo. Le loro guance sono sempre rasate, ma le mode stanno cambiando e il mio taglio (assolutamente normale) è quello attualmente di tendenza.

Il nostro viaggio giunge al termine. Mentre stiamo uscendo dal nostro albergo per recarci in aeroporto, il personale della reception ci ferma e ci mette al collo una pashmina come dono d’addio. Un’usanza del luogo, un piccolo gesto che però riempie i nostri cuori.


Le emozioni però non sono ancora finite. Il nostro volo farà scalo a Doha in Qatar, e invece di attendere una decina di ore in aeroporto, abbiamo deciso di uscire a conoscere la città. Purtroppo però avremo la possibilità di trascorrere fuori solo la serata. La nostra sarà quindi appena una rapida occhiata. Onestamente quel poco che ho visto non mi ha entusiasmato. Tutto mi è apparso finto, irreale, quasi mi trovassi all’interno di un parco divertimenti. Ciononostante i grattacieli illuminati che fanno da sfondo alle imbarcazioni tradizionali, compongono un inconsueto e affascinante sposalizio tra passato e presente.





Conclusione

Il Nepal si è rivelato in parte diverso da quelle che erano le mie aspettative.

In termini positivi, ero a conoscenza della gentilezza del popolo nepalese, ma non me lo credevo potesse essere così tanto aperto e accogliente.
Temevo inoltre che avrei patito molto di più il caos delle zone urbane che spesso si rivela insopportabile nelle città asiatiche, ma così non è stato. Poco alla volta si entra quasi a far parte di un vortice che invece di disturbare diviene quasi consapevolezza di umanità.
Infine non ritenevo fosse possibile vivere un safari nella giungla in Nepal, un paese che nel mio immaginario era sinonimo solo di trekking e cime innevate.

In termini negativi invece, non mi aspettavo un livello di inquinamento così alto. Fiumi che scorrono senza nemmeno poterne intravedere la superficie, tanta è la quantità di immondizia che vi galleggia.
Il paese è poi afflitto da una serie di gravi problematiche sociali, economiche e culturali. Si va dalla suddivisione in caste al randagismo canino, dal marginale ruolo della donna all’analfabetismo.

Insomma, un viaggio in Nepal lascia un segno indelebile, sotto tutti i punti di vista, un segno che col tempo invita a fare ritorno per mille motivi e per contemporaneamente per nessuno.





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